Vedo che Paolo, traducendo il metafisico Nelson, giustamente, per concentrarsi solo sulla sostanza, tralascia i passi in cui lui risponde alle polemiche sul suo atteggiamento e quello dei suoi collaboratori, difendendo Emily Short.

Qui allora vorrei dire io qualcosa sulla polemica, che ha pungolato il grande Nelson e ha il sapore di una gustosa querelle letteraria all’ombra dei college di Oxford.

A creare il mito di Nelson, dopo la straordinaria invenzione di Inform, ha contribuito il suo essere latitante, introvabile via e-mail, etereo sul newsgroup, tanto che ogni sua comparsa (in genere nella fatidica data del 30 aprile d’ogni anno, giorno della prima uscita di Inform) è vista come una epifania.
In molti hanno un po’ storto il naso per questo suo atteggiamento, ma giustamente il fatto che fosse il grande inventore di Inform lo giustificava.

Nei giorni scorsi, però, è accaduto che Emily Short, su raif, abbia annunciato l’uscita di tre giochi scritti con l’atteso Inform 7: lo ha fatto anche a nome di Nelson (“è impossibilitato a scrivere lui” ha detto la Short nel post senza ulteriori spiegazioni), senza però rivelare alcunché sullo stato dei lavori del nuovo linguaggio né tantomeno sulla sua sostanza, sulle innovazioni che dovrebbe portare: buio totale, insomma. A quel punto qualcuno è insorto, chiedendosi quale fosse il senso di questo atteggiamento: perché tanti misteri? perché mettere online tre giochi che non sono in grado di dare un’idea di che cosa sia Inform 7? perché Inform 7 deve rimanere nella valigetta di Pulp Fiction, dove tutti sanno che esiste meravigliosamente, ma nessuno (pochi eletti esclusi) può avere la minima idea di che cosa si tratti?

Queste domande, rivolte a Nelson ma pure alla ristretta schiera di privilegiati che lavorano con lui e sono gli unici a potergli parlare (Short, Plotkin, Kinder), sono il succo della polemica (sotto le righe, ovviamente, può anche esserci il “rosicamento” per essere stati esclusi dalla schiera di eletti, capeggiata da Emily Short.

Una volta accesa la miccia dalle domande di cui sopra, alla fine è intervenuto lui in persona: Graham Nelson. Con un lungo post ha parlicchiato di Inform 7 e del lungo lavoro che c’è dietro. Abbiamo scoperto così che il percorso di Inform 7 è costellato da difettose versioni prodotte in questi anni, tentativi battezzati con criptiche sigle (ma forse suonano criptiche a un profano di programmazione quale sono io) come A101, Ij34, 2c80… (ma che significano? Come si memorizzano?).

Nelson, evidentemente toccato dalla polemiche (neppure lui è disposto a passare sopra a certe cose), ha poi difeso a spada tratta la Short, a suo dire attaccata ingiustamente e, chicca finale, ha spiegato perché era “impossibilitato” a scrivere il post scritto per lui dalla stessa Short:  «Avevo problemi con il newsreader » ha detto Nelson. Insomma, l’etereo Nelson, pungolato, s’è messo alla tastiera e ha prodotto una replica oggettivamente piccata. Una trentina di righe in cui, tuttavia, Nelson svela comunque ben poco su Inform 7.

Tutto questo l’ho trovato molto gustoso, piccante per certi versi.

Detto ciò, credo che possa essere legittimo volere tenere il segreto su certi progetti (io, per esempio, non diffondo i codici delle mie avventure, ma non perché siano fonte di chissà quali clamorosi Graal… lo faccio perché mi vergogno!), credo che possa essere divertente, come fa Nelson (e ciò è innegabile), volere alimentare con il silenzio e l’alone di mistero un certo mito su di sé, tuttavia una cosa va sottolineata: così come è comprensibile l’atteggiamento di Nelson, è pure comprensibile, d’altra parte, essere curiosi riguardo a un progetto come Inform 7 che può essere linfa vitale per i pochi appassionati dell’esercizio avventuroso. Del resto, essendo una certa filosofia di Internet improntata all’open source, alla collaborazione reciproca, può essere altresì comprensibile piccarsi di non potere condividere in un certo qualche modo il lavoro, o quantomeno le informazioni, su un progetto come Inform 7 che, agli occhi di un gruppo ristretto come quello degli avventurieri, è importantissimo. Uno può pensare: possibile che neppure tra noi avventurieri, che nel mondo siamo così pochi, ci diciamo le cose?

Nelson si giustifica dicendo che era inutile diffondere le versioni finora approntate perché vanno in crash a ogni minima sollecitazione, dice poi giustamente che già è difficile stare dietro a due betatester, figuriamoci a un intero gruppo! Tesi giusta, per carità, anche se uno potrebbe altrettanto giustamente rispondere con tre antitesi, senza ovviamente nulla togliere all’immenso lavoro che stanno facendo, gratis, Nelson e i suoi adepti per tutti noi:
1) va bene non condividere il lavoro per amore del segreto, ma almeno qualche informazione, qualche anticipazione, quelle si potrebbero dare!
2) Va bene con condiviere il betatesting, ma perché non condividere qualche idea generale sull’Inform in divenire per spirito di collaborazione?
3) Se si vuole mantenere il progetto segreto fino alla fine, che allora lo si tenga segreto del tutto, senza criptici annunci e inusuali rilasci di giochi scritti con la nuova tecnologia anche se la nuova tecnologia non si vede.

Concludo dicendo che, quando Nelson afferma  «ho chiesto a Emily Short di scrivere per me perché non mi funzionava il newsreader » egli va al di là del mito di se stesso: non ammette di volere restare nell’ombra per alimentare l’alone di leggenda e dà la colpa a un piccolo client difettoso ignorando l’esistenza di Google Groups. Geniale: come lui.

Ps. Del resto, tutto ciò avviene proprio in questi giorni che, parallelamente, sui giornali l’altrettanto etereo Alessandro Baricco (scrittore che rilascia pochissime interviste) esce dal guscio perché pungolato da due critici mammasantissima come Citati e Ferroni, rispondendo loro con saporite stilettate e aprendo così una appassionante querelle.