Aggiornamento 2013: il sito feelies.org, di cui parla il seguente articolo risalente al 2003, è da anni ormai inattivo.

Ne avevamo già il sentore. Quando Emily Short ha fatto sapere che il suo Savoir-Faire era disponibile, oltre che freeware, anche a pagamento con l’optional della scatola e dei gadget alla Infocom, avevamo capito. Qui sta succedendo qualcosa di grosso.

Ed ecco che, in questi giorni, è arrivato l’annuncio: www.feelies.org, casa editrice di avventure testuali d’oggidì. L’idea è bella. Volete far finire il vostro gioco in un Cd colorato, dentro una scatola, e corredarlo di feelies, come una mappa su carta dell’Ottocento, un portachiavi con il volto di Luigi XV un biglietto della metropolitana di Parigi? Ecco fatto: feelies.org farà il lavoro per voi e, se vorrete, stamperà anche centinaia di copie della vostra avventura, oltre naturalmente a pubblicizzarla online.

La cosa bella è che feelies.org è disposto a ricevere i gadget direttamente da voi e a limitarsi a fare quello che ordinerete: “Tu prepara la scatola e il Cd, poi mettici dentro i gadget che ho ricamato a casa mia”. Le polemiche, dopo l’annuncio su rgif e raif, si sono subito scatenate a cascata. Qui c’è di mezzo il soldo, dice qualcuno. Ci vogliono guadagnare, aggiunge qualcun altro. Malignità? Sì, malignità all’acqua di rose. Perché il punto è questo: che male c’è se uno fa un bel lavoro e ci vuole *addirittura* guadagnare?

A me piacerebbe avere cento copie deluxe di Flamel da distribuire (o vendere perché no?) agli amici, se avessi i soldi li verserei volentieri sul conto di feelies.org. E’ vero, nella community non si usa così: la tradizione vuole che le avventure testuali d’oggi siano distribuite senza scopo di lucro, e appena uno prova a scrivere la parola shareware c’è chi grida allo scandalo.

Anch’io la pensavo così: quando Scott Adams ha messo online a pagamento il suo ultimo gioco (Return to Pirate Island) non ho apprezzato l’operazione. Ma perché? Cos’è? Un patto di non belligeranza? Non parliamo di qualità, non diciamo che le avventure di oggi sono invendibili perché scadenti. Ci sono avventure di oggi (Anchorhead, Varicella, Spider and web) che dieci anni fa ci saremmo sognati e che, a chi ama il genere, danno molta più soddisfazione di un X-Files in quattro Cd per la Playstation.

Perché posso pubblicare un romanzo da quattro soldi per una sconosciuta casa editrice e non posso, invece, rivolgermi a feelies.org per vedere il mio gioco in una scatola e incassare qualcosa per coprire le spese? Il punto è questo: se tutti facessero pagare i propri giochi, il numero dei giocatori di avventure testuali subirebbe uno scossone in negativo. E’ vero, Emily Short è la prima a dire che non gioca un gioco pagato da anni.

Ma se io oggi esco e vedo Anchorhead in libreria in una bella scatola vicino ad Half-Life, probabilmente lo compro, se il prezzo è accettabile. Si potrebbe, come già sta accadendo, distribuire freeware il file e, contemporaneamente, schiaffarlo in una scatola piena di gadget per attirare il grande (e nuovo) pubblico e far felici mamma e papà. E anche se stessi. Senza pensare che la prospettiva di poter avere una confezione per il proprio gioco dà, almeno nel mio caso, un certo incoraggiamento all’autore.

Se avessi tempo (e denaro) correggerei i bug di Flamel e scriverei a feelies.org. E nel Cd farei inserire anche Ciclope, come supporter game. Ci rimetto cento, duecento, trecento euro? Poco male: non ho l’hobby dello sci, ma delle avventure testuali.